Adoro il mio lavoro.
Quando ho iniziato, quasi trent’anni fa, pensavo che bastasse avere buon gusto e saper abbinare una maglia a un paio di pantaloni. Sto banalizzando, naturalmente.
Col tempo ho capito che era molto di più. E senza accorgermene il mio lavoro è diventato una missione.
Sono commessa in un negozio di abbigliamento curvy e porto la taglia 58.
E capita che una cliente entri, mi guardi e dica:
«Finalmente una commessa che mi può capire.»
La prima volta ci ho sorriso sopra. Mi sembrava una semplice osservazione. Poi ho iniziato a sentirla ancora. E ancora. E ancora.
Donne diverse, età diverse, storie diverse. Eppure quella frase tornava sempre.
Con il tempo ho capito che non stavano parlando soltanto di vestiti. Stavano parlando di qualcosa di molto più profondo.
Quando le clienti entrano, spesso guardano me prima degli scaffali. Mi osservano. Mi confrontano con loro stesse. E quando si accorgono che il mio corpo assomiglia un po’ al loro, qualcosa si scioglie. Si rilassano. Non si sentono giudicate. Non stanno più sulla difensiva.
Niente giudizi, niente consigli non richiesti, solo un rapporto fra pari.
Conosco quel sollievo.
Perché prima di essere la commessa che accoglie, sono stata una cliente.
Anni fa entrai in un negozio per acquistare un regalo. Non cercavo nulla per me.
Un regalo. Una cosa semplice.
La commessa mi guardò dalla testa ai piedi e disse:
«Per lei abbiamo solo foulard.» Non mi chiese cosa stessi cercando.
Non mi chiese niente. Aveva già deciso chi ero.
Sono passati anni, eppure quella frase la ricordo ancora perfettamente. Perché certe parole non restano dentro il negozio in cui vengono pronunciate. Escono con te.
Ti accompagnano fino a casa. Si infilano nei pensieri.
E ogni tanto ritornano quando meno te lo aspetti. Quando ti guardi allo specchio.
Allora mi sono detta: “Mai nessuno dovrà sentirsi come mi sento io ora”.
E succede che una cliente entri chiedendo subito “la taglia più grande”. La prova.
Esce dal camerino, non si sente a suo agio, tira il tessuto che cade da tutte le parti. E’ convinta che non sia adatta a lei.
Con un sorriso le faccio notare che quel capo è troppo grande e l’aiuto ad indossare la taglia giusta.
Si guarda allo specchio.
Non è dimagrita. Non è cambiata. È la stessa donna di dieci minuti prima.
Eppure si vede diversa.
E ogni volta che una cliente esce dal negozio soddisfatta, mi torna in mente quella vecchia frase:
«Per lei abbiamo solo foulard.»
E penso che, forse, proprio quel giorno ho fatto una scelta senza accorgermene.
Nel mio piccolo, nessuna donna avrebbe dovuto sentirsi definire da una taglia.
Perché non so cosa ha vissuto prima di entrare.
Non so quante volte si sia sentita giudicata.
Non so quante volte abbia pensato di essere fuori posto.
So soltanto che quando attraversa quella porta merita rispetto.
Se poi esce con una maglia nuova, tanto meglio.
Ma quando esce sentendosi un po’ più accolta, un po’ più vista e un po’ meno giudicata, allora sento di aver fatto davvero bene il mio lavoro.
Non posso cambiare tutti gli sguardi che una donna ha incontrato prima di arrivare da me.
Ma posso fare in modo che, almeno per qualche minuto, non debba difendersi.
Conosco quel sollievo.
