Io non fotografo, io accompagno

Ci sono frasi che ti restano addosso.

Non perché siano complicate.
Perché sono vere.

Quando ho conosciuto Elisabetta Acquaviva mi hanno colpita il suo sorriso e la forza del suo abbraccio.

Mi ha chiesto di raccontarmi e, con una gentilezza che non invade mai, mi ha accompagnata ad aprirmi.

Ascoltandola ho capito che, in fondo, il suo è un lavoro di cura.

Solo che invece delle medicine usa la luce.
Invece degli orari usa il tempo.
Invece delle parole usa un obiettivo.

Quando ho visto le fotografie, ho capito che non aveva fotografato una versione migliore di me.
Aveva semplicemente trovato una parte di me che, nella vita di tutti i giorni, ogni tanto dimentico di avere.

Quella che ride senza chiedersi se è fotogenica.

Quella che chiude gli occhi perché la risata è arrivata prima del pensiero.

Quella che, per un istante, non era figlia.
Non era caregiver.
Non era moglie.
Non era commessa.

Era semplicemente Elena.

E forse è questo che fanno le persone speciali.

Non ci cambiano.
Ci restituiscono a noi stessi.

Ci sono persone che scattano fotografie.

E poi ci sono persone che, attraverso una fotografia, ricordano chi sei.

Elisabetta non mi ha mostrato come appaio.
Mi ha ricordato chi sono.