Qualche giorno fa stavo sistemando il mobile. Quello del “ci penso dopo”.
Sono comparsi vecchi album, fotografie sparse, immagini scattate quando ancora esistevano le Polaroid e le Canon con il rullino. Quelle foto che, prima di vederle, dovevi aspettare giorni.
E forse era anche per questo che sembravano avere più valore.
Ho iniziato a sfogliarle.
Le fotografie dell’infanzia le guardo senza problemi.
Mi fanno persino sorridere. Vedo una bambina che non aveva ancora il peso di dover dimostrare qualcosa.
Una bambina che semplicemente era.
Poi arrivano le fotografie dell’adolescenza.
Ed è lì che mi fermo.
Le richiudo.
Non provo nostalgia.
Nemmeno tristezza.
Provo disagio.
Qualcosa di non risolto.
Come se quella ragazza fossi io.
E allo stesso tempo non lo fossi più.
Mi sono chiesta perché.
Non credo sia una questione di aspetto fisico.
E non penso nemmeno che la mia adolescenza sia stata peggiore di quella di altri.
Eppure quelle immagini mi mettono a disagio.
Forse perché l’adolescenza è quell’età in cui tutto è più grande.
Un primo amore non ricambiato sembra la fine del mondo.
Una presa in giro resta addosso per giorni.
Il desiderio di essere accettata diventa quasi un bisogno.
Ogni difetto sembra enorme.
Ogni giudizio pesa come un macigno.
E quante volte non ho trovato le parole per difendere la piccola me.
La risposta giusta arrivava sempre dopo.
Quando ormai era troppo tardi.
Così certe frasi rimanevano dentro.
E, senza accorgermene, finivo per crederci anch’io.
Le fotografie fermano proprio quel momento.
Non solo un volto.
Conservano anche le emozioni che quel volto si portava dentro.
Forse è questo che mi mette in difficoltà.
Non sto guardando una ragazza con un taglio di capelli che oggi mi fa sorridere o con vestiti che non metterei più.
Sto guardando una ragazza fragile.
Una ragazza che cercava il suo posto nel mondo e che, come tanti adolescenti, era convinta che ogni delusione sarebbe durata per sempre.
È curioso.
Dell’infanzia ricordo la spensieratezza.
Dell’adolescenza ricordo il rumore dei giudizi.
Quelli degli altri.
Ma soprattutto i miei.
Quanti, come me, hanno scatole di fotografie che evitano di aprire?
Quanti, davanti a un’immagine di sedici o diciassette anni, non provano nostalgia ma il desiderio di voltare pagina in fretta?
Forse quelle fotografie non ci ricordano soltanto chi eravamo.
Ci riportano davanti a tutte le emozioni che avevamo dentro.
E forse è questo che fa male.
Forse un giorno riuscirò a sfogliare quegli album fino in fondo.
Non per cercare la ragazza che ero.
Ma per guardarla con la tenerezza che allora non sono stata capace di avere per me stessa.

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