Mi è tornata in mente ieri questa frase. Una di quelle che, all’improvviso, ricompaiono con un significato completamente diverso.
Quasi trent’anni fa, mia sorella ed io avevamo un negozio estivo. La stagione cominciava a Pasqua e finiva a metà settembre. Ferragosto era davvero uno spartiacque: il momento in cui si capiva che il grosso era fatto, che mancavano poche settimane alla chiusura e che, da lì in avanti, si poteva finalmente cominciare a contare i giorni.
Dopo Ferragosto è tutta discesa.
Allora significava semplicemente questo: il momento più faticoso era passato.
Oggi quella frase mi fa pensare ad altro.
Perché l’estate non finisce certo a Ferragosto. Eppure qualcosa cambia.
Le giornate cominciano ad accorciarsi. Le persone iniziano lentamente a rientrare. Si ricomincia a parlare di scuola, di lavoro, di appuntamenti. L’autunno non è ancora arrivato, ma comincia ad affacciarsi all’orizzonte.
Forse Ferragosto è più uno spartiacque psicologico che meteorologico.
E forse per questo, quest’anno, quella frase mi ha toccata in un punto diverso.
Perché mentre passa il tempo, mi accorgo sempre di più del tempo che passa anche nelle persone che amo e che assisto.
Non succede necessariamente qualcosa di grande. Anzi, quasi mai.
Sono piccole cose.
Una difficoltà che prima non c’era.
Una dimenticanza.
Un gesto diventato meno sicuro.
Una cosa da mettere più a portata di mano.
Un piccolo accorgimento per evitare una fatica o un rischio.
E così, giorno dopo giorno, si impara ad aggiustare la quotidianità.
All’inizio sembra quasi niente.
Poi ci si accorge che quegli accorgimenti non stanno cancellando il problema: stanno semplicemente permettendo di affrontarlo un po’ più avanti.
Ed è forse questa la parte più difficile da accettare.
Vorresti trovare la soluzione, fermare il tempo, restituire la sicurezza di prima.
Invece puoi soprattutto sostenere.
Puoi prevenire una difficoltà. Puoi cercare di conservare il più possibile l’autonomia e la dignità della persona che hai accanto.
Ma non puoi fermare la discesa.
E dentro di me, intanto, si scatenano cambiamenti repentini di umore.
Una risposta brusca, un’irritazione improvvisa, un tono che cambia. E non posso far finta che questo non abbia un effetto su chi mi sta vicino. Anzi, sono consapevole che questi momenti vengono percepiti come attacchi alla persona.
Eppure, dentro di me, so che non è quello che vorrei.
Forse è il modo, non sempre giusto e non sempre efficace, con cui sto cercando di affrontare qualcosa che temo. La rabbia che cerco di controllare, a volte, esce prima che io riesca a fermarla.
Perché vedere giorno dopo giorno i cambiamenti di chi ami significa anche cominciare a intravedere ciò che potrebbe venire dopo.
E quello che verrà fa paura.
Forse qualche volta la paura si traveste da insofferenza.
L’impotenza diventa irritazione.
La tristezza, non sapendo dove andare, esce dalla porta sbagliata.
Questo non significa che sia giusto riversarla sugli altri. Anzi, riconoscerlo è proprio il primo passo per cercare di fermarsi un momento prima, per dire:
“Aspetta. Non ce l’ho con te. Sono spaventata.”
Una frase semplice, ma forse molto più sincera di tante spiegazioni.
Ho imparato a fare cose che non pensavo avrei saputo fare.
Ho imparato ad accettare limiti che non posso modificare.
Ho imparato a prendere decisioni senza avere certezze.
E ho imparato che voler bene a qualcuno non significa poterlo proteggere da tutto.
Non voglio preoccuparmi in anticipo.
Non voglio che il futuro diventi soltanto l’elenco delle cose che probabilmente non riusciremo più a fare.
Voglio provare a restare abbastanza nel presente da accorgermi di quello che ora c’è.
Perché “dopo Ferragosto è tutta discesa” non deve necessariamente significare che tutto finisce.
La discesa è un’altra parte del viaggio.
Una parte in cui non possiamo più controllare completamente la strada, ma possiamo ancora scegliere come percorrerla.
E poi continuare a camminare.
Insieme.

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