Quando racconto un po’ della mia vita, capita che qualcuno mi dica: «Chapeau».
E io penso: ma perché?
Lavoro, mi occupo della famiglia, cerco di incastrare le giornate. Insomma, faccio quello che c’è da fare.
Come tanti.
Eppure, quando qualcuno riconosce il mio impegno, mi viene spontaneo ridimensionarlo.
Quasi sentissi il bisogno di precisare che non è niente di straordinario. In fondo, ognuno ha le sue cose da mandare avanti.
Tutto vero.
Ma perché facciamo così fatica ad accettare un complimento senza accompagnarlo con un «ma dai, non è niente di che»?
Non cerco medaglie, sia chiaro. Non saprei nemmeno dove metterle.
Però, la prossima volta che qualcuno mi dirà «Chapeau», proverò a rispondere «Grazie».
Senza aggiungere subito un «ma dai, non è niente di che».
Che poi, a pensarci bene, perché faccio sempre così?

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