In casa ho una stanza che chiamiamo “quella del di tutto un po’”.
Lì dentro c’è una sedia che non serve a sedersi.
È lì, in quella stanza, con una dignità tutta sua.
Una normalissima sedia di legno che, nel corso degli anni, ha cambiato mestiere senza che nessuno glielo chiedesse.
Ha smesso di essere una sedia.
È diventata un luogo di passaggio.
Ci finisce sopra la felpa che «tanto domani la rimetto».
I pantaloni che non sono abbastanza sporchi per andare in lavatrice, ma nemmeno abbastanza puliti da meritare l’armadio.
La sciarpa dimenticata. La borsa che svuoterò… appena avrò cinque minuti.
Il bucato raccolto ancora caldo di sole che “lo piego dopo”.
Quel “dopo”, però, ha una curiosa abitudine.
Arriva sempre tardi.
Così il mucchio cresce.
Prima con discrezione.
Poi con una certa baldanza finché la sedia smette di vedersi e diventa una piccola montagna di stoffa colorata.
Ogni tanto la guardo e penso: stasera sistemo tutto.
Poi arriva la sera.
E io, evidentemente, ho altre priorità.
O semplicemente meno energie di quelle che immaginavo al mattino.
A quel punto entrano in scena i veri proprietari della casa: Sugar e Lillo, i gatti.
Loro osservano l’evoluzione della montagna con un’attenzione che io riservo solo alle previsioni del tempo quando devo stendere il bucato.
Aspettano.
Quando il mucchio raggiunge la consistenza ideale, ci saltano sopra con la soddisfazione di chi ha appena prenotato una suite a cinque stelle.
E hanno ragione.
Per loro non è una sedia piena di vestiti.
È un letto.
Riscaldato dalla mia giornata.
Solo qualche giorno fa mi sono chiesta se quella sedia esista in quasi tutte le case.
Perché, parliamoci chiaro, se stai leggendo queste righe e mi dici che non ne hai una… o vivi da solo con una governante invisibile, oppure stai mentendo.
Credo che quella sedia racconti qualcosa di noi.
Non raccoglie soltanto vestiti.
Raccoglie intenzioni.
Decisioni rimandate.
Piccole fatiche.
La persona che eravamo uscendo di casa e quella che siamo diventati tornando la sera.
Ogni capo appoggiato lì sopra è un “non adesso”.
E forse va bene così.
Viviamo come se tutto dovesse essere sempre al suo posto.
Le case.
Le agende.
Le mail.
Le emozioni.
Come se una bella vita fosse una vita senza tracce.
E invece una vita vissuta lascia sempre qualche traccia.
Lascia scarpe vicino alla porta.
Una tazza sul tavolo.
Un libro aperto.
Una coperta sul divano.
E, qualche volta, una sedia che per qualche giorno smette di fare la sedia.
La svuoto.
Piego tutto.
Rimetto ogni cosa al suo posto.
La guardo soddisfatta.
È tornata a essere una sedia.
Dura poco.
Il tempo di togliermi la felpa.
Perché, in fondo, quella sedia non custodisce il disordine.
Custodisce tutti i miei “dopo”.
E, a pensarci bene, credo che sia proprio questo il suo mestiere.

6 risposte a “Il posto dei dopo”
Qualche volta, non sempre, dopo arriva la tua Sister 🤪😘
❤️❤️❤️ la mia Sister
Complimenti Elena è un piacere leggerti 💖
Cara Matilde, grazie di cuore ❤️
Credo che in ogni casa esista una sedia dei “dopo”. La differenza è che tu sei riuscita a darle voce. E adesso, ogni volta che vedrò un mucchio di vestiti, penserò a tutte le vite che ci sono appoggiate sopra. 😊
❤️