Caro armadio, a noi due.
Come tutte le “brave” massaie, in questo periodo arriva il momento del cambio di stagione.
Via i colori scuri dell’inverno. Si aprono bauli, borsoni e cassetti. Magliette leggere e vestiti colorati reclamano il loro spazio, mentre maglioni e cappotti tornano nel guardaroba invernale.
Quest’anno però mi sono data una regola.
Tutto quello che non ho utilizzato negli ultimi mesi verrà eliminato. Buttato, regalato, donato.
Senza troppi dubbi.
Fanno eccezione il vestitino del battesimo e quello del matrimonio. Non tanto per motivi sentimentali, ma piuttosto perché, se li facessi sparire, mia madre probabilmente mi disconoscerebbe.
Così, armata di sacchi e buona volontà, inizio l’operazione.
Via tutto quello che “se dimagrisco posso rimetterlo”.
Che poi è incredibile quanto spazio occupino gli abiti destinati a una donna che forse non esiste più.
Via il cappotto panna comprato in un momento di follia. Io non porto il panna. Non l’ho mai portato. Non so cosa sia successo quel giorno. Fatto sta che l’ho indossato una volta, a Natale del 2022, e da allora ha trascorso più tempo nell’armadio che sulle mie spalle.
Via quello che pesa.
Via quello che occupa spazio senza avere più una ragione d’essere.
E mentre riempio le borse mi accorgo che gli oggetti hanno una strana capacità: si travestono da ricordi.
Prendo in mano la coperta di pura lana vinta dalla nonna con i punti Miralanza nel lontano 1965.
Mi ha scaldato da bambina. Ha attraversato inverni, traslochi e decenni.
Eppure oggi le mie povere ossa non riescono più a sopportarne il peso.
Poi trovo il vecchio copriletto di ciniglia del lettone di mamma.
Quello su cui venivo sistemata quando avevo l’influenza.
Quello che ha subito più volte l’attacco dello sciroppo al cioccolato che detestavo e che puntualmente restituivo al mittente.
A un certo punto fu persino ritinto perché era diventato impresentabile.
Eppure eccolo lì.
A occupare spazio. A chiedermi se davvero sono pronta a separarmene.
Forse il punto è proprio questo.
Confondiamo spesso i ricordi con gli oggetti.
Pensiamo che buttare una coperta significhi buttare la nonna.
Che regalare un copriletto significhi cancellare l’infanzia.
Che lasciare andare qualcosa significhi tradire ciò che è stato.
Ma non funziona così.
I ricordi non abitano negli armadi. Non stanno nei cassetti. Non vivono nelle scatole impolverate in fondo al baule.
Vivono dentro di noi. Nel profumo di una stanza. In una frase che ci torna in mente dopo anni. In un gesto che scopriamo di fare identico a quello di chi abbiamo amato.
La nonna continuerà ad essere la mia nonna anche se la sua coperta scalderà qualcun altro. L’infanzia resterà la mia infanzia anche senza quel vecchio copriletto.
Forse crescere significa anche questo.
Imparare a distinguere ciò che custodiamo da ciò che tratteniamo. Perché non tutto quello che conserviamo ci fa bene.
A volte alleggerire una casa significa alleggerire un po’ anche il cuore.
E allora via. Via la zavorra. Via il superfluo.
Via le cose che occupano spazio senza portare più calore.
Con gratitudine, però.
Perché ogni oggetto che esce da questa casa ha fatto il suo pezzo di strada insieme a me. E penso che la nonna non se la prenderà.
Anzi. Forse sarebbe contenta di sapere che, dopo sessant’anni, la sua coperta continuerà a tenere al caldo qualcuno.

2 risposte a “Il “butta-butta” del cambio di stagione”
Ho sempre sospettato che il cambio di stagione sia una disciplina filosofica travestita da faccenda domestica. Parti per sistemare due maglioni e finisci a discutere con te stessa, con il tempo che passa e con un paio di pantaloni che giurano di essere improvvisamente diventati più stretti da soli. 😄❤️
❤️🥰