La cortesia è l’anima della cura- parte 2
Ci sono professionisti che mettono davvero esperienza, passione e una parte della propria vita al servizio degli altri.
E sono convinta che la maggior parte vorrebbe poterlo fare ogni giorno.
Ma non sempre il sistema glielo permette.
Qualche mese fa il mio Medico di Medicina Generale mi ha prescritto un percorso per la perdita di peso.
Non è stata una decisione presa alla leggera.
Durante la visita le ho raccontato il carico di stress che mi accompagna da tempo. Anche gli esami clinici confermavano che qualcosa doveva cambiare.
Immagino la mia Dottoressa ogni giorno alle prese con centinaia di pazienti, due cellulari che squillano senza sosta, i capelli raccolti “come viene” e persone che aspettano una risposta a qualsiasi ora.
Eppure, quel giorno ha trovato il tempo di ascoltarmi e di preoccuparsi sinceramente per me.
Per questo mi ha indirizzata al servizio di Nutrizione dell’ospedale.
Il primo colloquio è stato approfondito.
Davanti a una nutrizionista e a una dietista ho cercato di essere il più sincera possibile.
Hanno raccolto la mia storia, le mie abitudini, le mie difficoltà.
Alla fine mi è stata prescritta una dieta da 1.600 calorie al giorno e, con il mio consenso, una terapia farmacologica efficace, ma che pesa non poco sul bilancio familiare.
Dopo tre mesi ricevo una telefonata in vista del controllo.
“Come va? Ha perso peso? Ha avuto effetti collaterali?”
Rispondo che il peso sta diminuendo e che il farmaco non mi ha dato problemi.
“Perfetto, continui così. Ci vediamo a settembre.”
Oggi arriva il giorno della visita intermedia con la dietista.
“Salga sulla bilancia.”
“Cinque chili in meno. Bene. Poiché rifiuta la terapia di gruppo, da oggi vedrà soltanto la dottoressa. Lei è presa in carico per un anno. Arrivederci.“
La visita dura pochi minuti. Il tempo di salire sulla bilancia, registrare un numero e uscire.
Esco dall’ambulatorio con due parole che continuano a ronzarmi in testa: “presa in carico” e “rifiuto”.
Io non rifiuto la terapia di gruppo.
Semplicemente non posso parteciparvi.
Gli incontri sono il lunedì, il giorno in cui non posso assentarmi dal lavoro perché sono l’unica persona di riferimento in azienda.
A questo si aggiungono gli appuntamenti per mia madre, mio padre e Riccardo. Ho già tre giorni al mese di permesso con la Legge 104, che non bastano, e devo integrare con ferie e permessi personali.
Non è una questione di volontà.
È una questione di possibilità.
E c’è una differenza enorme.
Già affrontare questo percorso significa organizzare la vita familiare e lavorativa al millimetro.
Già sostenere il costo del farmaco richiede sacrifici.
Sentirmi etichettare come una persona che “rifiuta” un’opportunità quando, semplicemente, non riesco a conciliarla con i miei doveri, fa male.
Mi sono chiesta se il problema fosse la mancanza di empatia.
Poi ho pensato che forse sarebbe troppo semplice fermarsi a questa conclusione.
Sono convinta che molti medici, nutrizionisti e dietisti siano professionisti preparati e animati da un sincero desiderio di aiutare le persone.
Ma sono altrettanto convinta che lavorino dentro un sistema che li costringe a correre, a rispettare tempi strettissimi, a gestire numeri sempre più grandi.
E quando il tempo manca, la prima cosa che si perde è l’ascolto.
L’empatia, in fondo, ha bisogno anche di tempo.
C’è però un altro aspetto che mi fa riflettere.
L’obesità è ancora una delle condizioni più stigmatizzate.
Da paziente, a volte ho avuto la sensazione che chi è obeso venga guardato come se dovesse prima dimostrare di meritarsi le cure.
Come se, in fondo, “se la fosse cercata”.
Forse è una mia percezione.
Ma è una sensazione che molte persone raccontano.
La realtà è molto più complessa.
Dietro il peso ci sono salute, genetica, stress, terapie, condizioni economiche, vita familiare, lavoro, emozioni.
E ogni persona ha una storia diversa.
Per questo, prima ancora della dieta o del farmaco, credo serva una cosa molto semplice: ascoltare quella storia.
Perdere cinque chili è un risultato clinico.
Ma capire quanto sia costato ottenerlo, in termini di tempo, organizzazione, sacrifici economici e fatica quotidiana, è prendersi cura della persona.
E la cortesia non è fatta solo di un sorriso o di un “buongiorno”. È chiedere, ascoltare, non dare per scontato.
È distinguere tra chi non vuole e chi non può.

2 risposte a “Il peso che la bilancia non vede ⭐”
Se solo ricordassero di aver aderito al giuramento di Ippocrate…
A volte la medicina cura la malattia.
L’ascolto cura la persona.
E le due cose non sempre riescono a viaggiare insieme quando il bilancio arriva prima del tempo.