La cura inizia da casa

La visita è andata bene.
Quelle parole bastano a far respirare tutti.
Per qualche minuto tutto sembra più semplice.

Poi si apre la portiera dell’auto.

Il calore è fermo, quasi solido.
L’aria non si muove.
I bocchettoni soffiano poco o nulla.

Si parte.

Bastano pochi chilometri.
Non succede nulla di clamoroso. Nessuna cattiva notizia.
Nessuna telefonata inattesa.
Solo un viaggio sotto il sole.

Eppure cambia tutto.

Ci sono equilibri così delicati che basta poco per incrinarli.

Un’attesa più lunga.
Una stanza troppo affollata.
Una notte insonne.
Un’auto rimasta al sole.

Accompagnare una persona fragile significa imparare un linguaggio silenzioso.
Riconoscere un cambiamento da uno sguardo, da un silenzio improvviso, da una pausa più lunga del solito.

Vuol dire aspettare, ricordare, rassicurare.
E, soprattutto, imparare ad ascoltare ciò che non viene detto.

Ed è proprio qui che nasce una domanda.
Ogni estate ci viene ricordato di evitare gli spostamenti nelle ore più calde.
Eppure visite ed esami vengono spesso fissati proprio in quella fascia della giornata.

Così ci si mette in viaggio quando l’asfalto restituisce il calore accumulato,
si attraversano parcheggi arroventati,
si aspetta il proprio turno e poi si riparte,
sperando che il tragitto non costi più energie della visita stessa.

Chi lavora nella sanità affronta ogni giorno liste d’attesa, ambulatori pieni e risorse limitate.
La cura comincia davvero quando si entra nello studio del medico?
O inizia nel momento in cui si esce di casa?

Perché la cura non comincia sulla porta di un ambulatorio.
Comincia da casa.


Il viaggio di ritorno è lo stesso dell’andata.
Eppure non è mai lo stesso viaggio.

Una risposta a “La cura inizia da casa”

  1. Avatar Salva&Chiudi

    Da informatico posso dire, con cognizione di causa, che probabilmente nel software tutto ha funzionato alla perfezione: appuntamento assegnato, visita eseguita, pratica chiusa.

    Peccato che tra una casella del database e l’altra ci fossero esseri umani in carne, ossa e 35 gradi all’ombra.

    E un caregiver stanco e accaldato.