Ci sono frasi che che abitano dentro di noi.
La mia dice così: “Prima il dovere, poi il piacere.”
Non ricordo chi l’abbia pronunciata per primo.
Sicuramente ricordo Nonna Pia, che aveva fatto di questo detto il suo modo di vivere.
La ricordo mentre sparecchiava la tavola quando noi avevamo già finito di mangiare.
Oppure con le mani immerse nell’enorme vasca di pietra a fare il bucato.
O la sera, mentre piegava i panni con la televisione accesa senza guardarla.
La vita le aveva insegnato a tirare avanti con quello che c’era.
Forse quella frase era il modo migliore che conosceva per insegnarmi ad affrontarla.
So solo che, a forza di sentirla, è diventata la voce che ancora oggi mi accompagna.
Per cinquantaquattro anni non l’ho mai messa in discussione.
Prima la scuola. Poi il gioco.
Prima il lavoro. Poi il riposo.
Prima la casa. Poi il libro.
Prima gli altri. Io, eventualmente, dopo.
Il problema è che il dovere non finisce mai.
Ogni volta che penso di aver concluso, c’è sempre qualcosa che aspetta le mie mani, il mio tempo, la mia presenza.
Una telefonata.
Una lavatrice.
Una visita.
Un turno di lavoro.
Una persona che ha bisogno.
E il piacere rimane lì. Aspetta il suo turno che probabilmente arriverà domani…
Peccato che domani inizi sempre con un nuovo dovere.
E se il piacere non servisse a premiare il dovere, ma a renderlo sostenibile?
In fondo non devo smettere di fare il mio dovere.
Ma far tacere i sensi di colpa è difficile.
Succede quando siedo al computer e nel lavello ci sono i piatti da lavare.
Quando prendo in mano un libro e non riesco a concentrarmi perché vedo a terra tracce di Lillo e Sugar da lavare.
Non mi alzo, rimango seduta, ma l’inquietudine non mi rende serena.

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