Seduta sulla panchina verde, aspetto l’ora di entrare al lavoro.
Sento un rombo. Alzo gli occhi.
Sopra di me passa la pancia di un aereo in fase di atterraggio…
Ho preso l’aereo solo due volte nella mia vita.
Una per andare a Parigi, per tre giorni.
Tornai più stanca di quando ero partita.
L’altra su un aerotaxi, di quelli piccolini, per il matrimonio di mio cognato,
Rimini-Capodichino e ritorno in giornata.
Non ho mai viaggiato davvero.
Non ho mai preparato una valigia pensando: “Ci rivediamo fra due settimane”.
Non conosco quella sensazione di salire su un aereo senza avere la testa piena di cose lasciate in sospeso.
Mi chiedo spesso come sia.
Se, quando l’aereo si stacca da terra, si riescano a lasciare giù anche un po’ dei propri pensieri.
Negli anni ho sempre avuto un motivo per restare.
Il lavoro.
La famiglia.
Le responsabilità.
E, a forza di restare, ci si abitua persino a non immaginare più la partenza.
Però quel desiderio è rimasto.
Non sogno alberghi di lusso o mete esotiche.
Sogno il momento in cui, seduta vicino al finestrino, sentirò la spinta dei motori e penserò:
“Per qualche giorno il mondo può fare a meno di me.”
Perché forse è questo il viaggio che mi manca di più.
Non attraversare un continente.
Ma attraversare qualche giorno senza sentirmi indispensabile.
Credo che il viaggio inizi molto prima.
Non quando l’aereo decolla.
Ma quando, per la prima volta dopo tanto tempo, ci si concede il permesso di partire.

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