Sono tornata a casa e mi rodeva.
Mi rodeva parecchio, a dire il vero.
Ho fatto la spesa, sistemato le cose da sistemare. La giornata è praticamente finita e avrei voluto soltanto farmi una doccia e stendermi.
Invece ho in testa una domanda.
Avrei dovuto fare qualcosa?
Perché stasera, nel parcheggio del supermercato, il posto riservato alle persone con disabilità era occupato da qualcuno che non ne aveva diritto.
E Riccardo era con me.
Lui, giustamente, voleva che bloccassi l’auto e chiamassi i vigili.
E sapete una cosa?
Aveva ragione.
Avrei potuto farlo.
Avrei potuto fermarmi lì, impedire all’auto di andare via, chiamare i vigili e aspettare.
Solo che ero stanca.
E’ sera, vengo da una giornata lunga, devo ancora fare la spesa, tornare a casa, pensare alla cena, sistemare tutti, farmi una doccia e possibilmente raggiungere il letto prima di perdere definitivamente la capacità di formulare un pensiero.
Non ho voglia di fare una battaglia.
Così ho cambiato supermercato.
E siccome, evidentemente, stasera l’universo aveva deciso di insistere sul concetto, anche nel secondo supermercato il posto disabili è occupato da una persona che disabile non è.
Alla fine ho lasciato Riccardo in macchina, sono entrata, ho preso due cose e siamo tornati a casa.
Fine.
Solo che fine non è.
Perché continua a rodermi.
Forse perché questa è una di quelle cose che mi fanno incazzare a bestia.
In macchina ho due contrassegni disabili: uno di mia mamma e uno di Riccardo.
Due.
Eppure, udite udite, quando loro non sono con me io parcheggio normalmente.
Se devo camminare, cammino.
Se il parcheggio è a pagamento, pago.
Non espongo il contrassegno perché “tanto ce l’ho”.
E non penso neanche di meritare una medaglia per questo.
Perché dovrebbe essere la normalità.
Il contrassegno non è mio.
Soprattutto, il bisogno non è mio.
Se sono sola, sto bene e posso farmi tranquillamente cinquanta o cento metri a piedi, quel posto non mi spetta.
Punto.
Ed è forse per questo che faccio una fatica enorme a tollerare chi considera un posto disabili una specie di parcheggio premium gratuito.
Quello più vicino.
Quello più largo.
Quello davanti all’ingresso.
Quello all’ombra.
“Ma sì, tanto ci metto cinque minuti.”
Ecco.
Quei cinque minuti sono una delle frasi più odiose che esistano quando si parla di parcheggi riservati.
Perché non sei tu a decidere se, in quei cinque minuti, arriverà qualcuno che di quel posto ha bisogno.
Stasera è arrivato Riccardo.
Il posto che per qualcuno era semplicemente comodo era il posto che serviva a lui.
Non metaforicamente.
Non per una questione di principio.
Gli serviva.
Ed era occupato da qualcuno che aveva deciso che la propria comodità valeva più della necessità di una persona sconosciuta che, forse, sarebbe arrivata dopo.
Questo è il punto che spesso sfugge.
Un posto disabili vuoto non è un posto sprecato.
Non è “libero”.
È disponibile.
Sono due concetti completamente diversi.
Deve restare disponibile proprio perché nessuno può sapere quando arriverà la persona per cui è stato riservato.
Non importa se devi comprare solo il latte.
Non importa se fuori piove.
Non importa se hai fretta.
E no, non importa nemmeno se è l’unico posto all’ombra.
L’ombra non è una disabilità.
Poi, però, resta l’altra parte della storia.
Quella che mi ha dato fastidio ammettere soprattutto a me stessa.
Io questa sera non ho fatto niente.
Non ho chiamato i vigili.
Non ho aspettato.
Non ho affrontato nessuno.
Ho cambiato supermercato e, quando ho trovato la stessa situazione anche lì, ho trovato un’altra soluzione.
E una volta a casa mi sono sentita quasi in colpa.
Perché quando qualcosa ci indigna davvero pensiamo che dovremmo sempre reagire.
Segnalare.
Denunciare.
Intervenire.
Altrimenti sembra quasi che diventiamo complici.
Ma è davvero così?
Davvero, per essere coerenti con ciò in cui crediamo, dobbiamo combattere ogni singola battaglia che incontriamo, indipendentemente da quanta energia ci sia rimasta?
Io questa sera non ne avevo.
E questa è la parte meno eroica del racconto, ma anche la più vera.
Non avevo voglia di educare uno sconosciuto.
Non avevo voglia di aspettare i vigili.
Non avevo voglia di una discussione nel parcheggio di un supermercato a fine giornata.
Volevo acquistare quello che mi serviva e portare Riccardo a casa.
Tutto qui.
E forse dobbiamo concederci anche questo.
Perché c’è qualcosa di assurdo nel fatto che una persona occupi abusivamente un posto disabili e poi sia io, ore dopo, a chiedermi se mi sono comportata male.
La responsabilità di quel gesto non era mia.
Io avrei potuto segnalarlo, certo.
E la prossima volta magari lo farò.
Ma non posso sentirmi responsabile anche di correggere, una per una, tutte le persone che decidono consapevolmente di comportarsi da incivili.
A volte abbiamo la forza di combattere.
A volte no.
Essere stanchi non significa aver cambiato idea su ciò che è giusto.
Significa semplicemente essere stanchi.
Quindi sì, col senno di poi forse avrei preferito chiamare i vigili.
Mi sarebbe piaciuto tornare a casa pensando: stavolta almeno non gliel’abbiamo fatta passare.
Ma questa sera ho scelto la strada più veloce.
Ho scelto la spesa.
Ho scelto casa.
Perché non devo salvare il mondo tutte le sere.
Però, se non avete diritto a un posto disabili, una cosa potete farla voi e mi risparmiate almeno questa battaglia:
non parcheggiateci.
Neanche cinque minuti.
Neanche se siete di fretta.
Neanche se è vuoto.
E sì, neanche se è l’unico posto all’ombra.

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