Ho letto riflessioni sulla vicenda del piccolo Domenico e sulla cultura della donazione.
Mi hanno fatto tornare in mente una convinzione che ho maturato negli anni, quando anch’io ero impegnata in prima persona nelle campagne per la donazione degli organi e del dono biologico.
Ci ho creduto molto. E ci credo ancora.
Ma ho visto anche tante cose che mi hanno lasciato perplessa.
Tanto entusiasmo, tante iniziative, tante testimonianze, tanti eventi.
Poi la campagna finisce, l’evento finisce e spesso finisce anche l’attenzione.
Forse perché il problema è a monte.
Mancano le basi.
La cultura del dono non si costruisce con qualche giornata nazionale all’anno, con un manifesto o con una testimonianza, per quanto bella e coinvolgente possa essere.
Si costruisce attraverso l’educazione.
A scuola.
E non può essere affidata alla buona volontà di qualche insegnante o di associazioni che, con mezzi spesso limitati, cercano di fare quello che possono.
Le associazioni sono indispensabili.
Ma non possono sostituire le istituzioni.
Questa responsabilità deve essere assunta dal Governo e dal sistema scolastico con un progetto serio, continuativo e nazionale.
E qui arriva un’altra mia convinzione, forse meno diplomatica.
Le grandi associazioni del dono del nostro Paese dovrebbero smettere di coltivare ognuna il proprio orticello e fare fronte comune.
Hanno migliaia di iscritti, esperienza, competenze: insieme potrebbero essere una forza enorme.
Perché non andare al Governo uniti con una richiesta comune e precisa?
Vogliamo che la cultura del dono entri stabilmente nella scuola.
Vogliamo risorse.
Vogliamo formazione.
Vogliamo obiettivi.
E vogliamo sapere quali risultati producono i soldi che vengono spesi.
Non l’ennesima campagna.
Una politica.
E poi ci sono i piccoli.
Chi cerca di portare avanti un’idea con pochi mezzi e tanta buona volontà dovrebbe trovare qualcuno disposto ad aiutare, non qualcuno che cerca di ostacolarlo.
Anche questo l’ho vissuto personalmente.
Con ADOB, un’associazione nata dalla volontà di undici persone, avevamo progettato la prima banca della parrucca e chiesto aiuto al Comune di Bellaria Igea Marina e all’AUSL territoriale per offrire gratuitamente, in comodato d’uso, parrucche a donne alle prese con patologie oncologiche o dermatologiche.
Avevamo un progetto, relazioni, un protocollo con un’associazione di Roma, fondi raccolti con una campagna estiva e tutto ciò che potevamo mettere in campo.
Ci siamo presentati chiedendo semplicemente collaborazione e competenze.
Sono seguite riunioni, promesse, mail e PEC. Poi rinvii, silenzi e la sensazione, sempre più evidente, che nessuno avesse davvero compreso che cosa stavamo cercando di fare.
Alla fine abbiamo detto basta.
Abbiamo chiuso l’associazione e donato tutto ciò che restava proprio all’associazione che avrebbe dovuto aiutarci con le parrucche.
Una piccola storia, forse.
Ma abbastanza per chiedermi perché, quando qualcuno prova a fare qualcosa di utile, sia così difficile trovare una porta aperta.
Se un’idea è buona, aiutiamola.
Se può funzionare, facciamola crescere.
Credo che ci serva più responsabilità.
Da parte delle istituzioni.
Da parte delle grandi associazioni.
Da parte di tutti noi.
Meno orticelli.
Meno protagonismo.
Più scuola.
Più collaborazione.
Più responsabilità.
Più civiltà.
Il dono non ha bisogno di bandiere.
Ha bisogno di persone che finalmente decidano di camminare nella stessa direzione.

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