Nella vita di tutti i giorni, spesso siamo numeri.
Siamo in coda al supermercato, dal medico, in un ufficio. Abbiamo un numero di pratica, un codice, una tessera.
Aspettiamo che venga chiamato il nostro numero e, fino a quel momento, siamo una posizione in una lista.
Anche al lavoro siamo una matricola, un dipendente, un numero di ore.
Per molte istituzioni siamo soprattutto dati da registrare, documenti da archiviare, pratiche da gestire.
Ed è comprensibile. Una società complessa ha bisogno di numeri, codici e procedure per funzionare.
Ma può succedere di dimenticare che non siamo quel numero.
Dietro quel numero c’è una persona.
Una persona che ogni mattina si alza presto per andare al lavoro, che torna a casa stanca, che sorride anche quando dentro non sta bene. Una persona che magari sta attraversando un momento difficile senza dirlo a nessuno.
Siamo carne e ossa. Siamo fatica e lavoro, risate e paure, ricordi, delusioni e speranze.
Siamo molto più di quello che può essere scritto su un documento.
Eppure capita di sentirsi proprio così: un numero che aspetta, che deve rispettare una scadenza, che deve dimostrare qualcosa.
Ci abituiamo talmente tanto a essere valutati e classificati che, a volte, finiamo per fare la stessa cosa con noi stessi.
Misuriamo il nostro valore attraverso i risultati, il lavoro, i soldi, quello che abbiamo raggiunto e quello che ancora ci manca.
E rischiamo di dimenticare che il nostro valore non può essere racchiuso in una cifra.
Non siamo il nostro stipendio.
Non siamo la nostra posizione.
Non siamo i nostri errori.
Siamo persone con una storia che spesso gli altri non conoscono.
Questo mi fa pensare anche alla facilità con cui giudichiamo gli altri. Vediamo una persona per pochi minuti e crediamo di aver già capito chi è. Vediamo quello che mostra, ma non sappiamo quasi mai cosa porta dentro.
Dietro un nome scritto su un elenco c’è qualcuno che, come noi, cerca di vivere, di andare avanti, di trovare un po’ di serenità.
E allora, anche quando il mondo ci tratta come numeri, dobbiamo ricordarci chi siamo.
Abbiamo un volto, una voce, dei sentimenti. Abbiamo persone che ci vogliono bene, ricordi che nessun computer può registrare davvero e dolori che nessun numero può spiegare.
Questa è la riflessione che porto con me questa sera: non permettere che il modo in cui veniamo identificati dagli altri diventi il modo in cui identifichiamo noi stessi.
Possiamo essere un numero in una sala d’attesa, il numero di una pratica, una matricola o una posizione in una graduatoria.
Ma prima di tutto siamo persone.
E una persona non è mai soltanto un numero.

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