«Buonasera, sono Elena e sono la signora Fammi Dammi.»
No, non è un cognome. È una qualifica professionale non riconosciuta dall’INPS, ma diffusissima nelle famiglie italiane.
A un certo punto succede.
Ti accorgi che hai perso il nome.
Per tutti, ormai, sei la signora Fammi Dammi.
Non Elena.
No.
“Fammi un caffè.”
“Dammi gli occhiali.”
“Ho dimenticato il cellulare.”
“Mi porti l’acqua?”
“Hai fatto la lavatrice?”
“Hai steso i panni?”
“Mi prendi…”
“Mi prepari…”
“Dov’è finito…?”
A un certo punto non rispondi più al tuo nome.
Rispondi al verbo.
Ormai, quando entro in casa, mi aspetto che Alexa dica:
“Benvenuta, signora Fammi Dammi. Oggi hai 27 richieste in sospeso, 4 urgenze e un livello di batteria del 3%.”
La cosa divertente è che nessuna di queste richieste è assurda.
Anzi.
Sono quasi tutte legittime.
C’è chi non sta bene.
Chi fa fatica a muoversi.
Chi aspetta davvero che io arrivi.
E allora le faccio.
Sempre.
Solo che, a volte, ho una curiosità scientifica.
Mi piacerebbe sapere se una certa frase esiste ancora o se l’hanno tolta dall’ultimo dizionario della lingua italiana.
Una roba tipo:
“La tua giornata sarà stata pesante. Vai a farti una doccia. Al caffè ci penso io.”
No, perché io entro in casa e il cronometro parte subito.
Nemmeno il tempo di appoggiare la borsa.
Nemmeno il tempo di togliere lo zaino dalle spalle.
Nemmeno il tempo di andare in bagno.
Il mio record personale è aver preparato un caffè prima ancora di togliermi le scarpe.
Il prossimo passo è imparare a farlo direttamente sul pianerottolo.
Eppure, in mezzo a tutti questi “fammi” e “dammi”, ho scoperto una cosa.
Non è l’imperativo che mi stanca.
È il fatto che, ogni tanto, mi piacerebbe essere vista prima come persona e poi come soluzione.
Perché chi si prende cura degli altri non smette di avere bisogno di cinque minuti.
Cinque minuti per bere un bicchiere d’acqua.
Per fare la pipì senza sensi di colpa.
Per sedersi.
Per respirare.
La verità è che non vorrei meno richieste.
Vorrei solo che, ogni tanto, una richiesta aspettasse cinque minuti.
E una domanda arrivasse cinque minuti prima.
“Hai caldo?”
“Com’è andata oggi?”
“Ti preparo un caffè?”
Sono domande piccole.
Ma fanno sentire enormemente meno soli.
Perché, prima o poi, nella vita, diventiamo tutti la persona che ha bisogno di aiuto.
Ma non dovremmo mai dimenticare che anche chi ci aiuta è una persona.
E ogni persona, ogni tanto, ha bisogno di sentirsi accolta prima ancora che utile.
Se un giorno entrerete in casa e incontrerete la signora Fammi Dammi, prima di dirle:
“Mi fai un caffè?”
Provate a dirle:
“Com’è andata oggi?”
Magari il caffè avrà lo stesso sapore.
Ma lei, quel giorno, si sentirà molto meno invisibile.

8 risposte a “La signora “Fammi Dammi””
Dadaaa 😔
Santa subito
Santa no, paziente… quello sì! 😅
Rivendico, anche a nome del SSN e della AUSL della Romagna, il diritto di essere “Paziente DOCG”.
A volte impaziente e rompi …
Confesso: appartengo anch’io alla categoria dei professionisti del “fammi” e del “dammi”.
Forse perché, da ex risolutore di problemi informatici, ho finito per dare per scontata la presenza della mia personale assistenza tecnica domestica.
Prometto di inserire più spesso nel sistema le richieste: “Com’è andata oggi?” e “Ti preparo un caffè?”.
Se dimentico, autorizzo la signora Fammi Dammi ad aprire un ticket di reclamo. ☕❤️
Ottimo, ma ricorda che le promesse, come gli aggiornamenti software, vanno installate e non solo scaricate. 😄❤️☕
Letto. Incassato. Riflettuto. Da utilizzatore storico del servizio “Papera Help Desk”, riconosco di abusare talvolta dei comandi “fammi” e “dammi”. Cercherò di aggiornare il software con una nuova funzione: “Com’è andata oggi?”. ❤️
Capisco benissimo. Anche io faccio parte della categoria 🫂