Voci allegre in giardino.
Una reunion, buon cibo, bicchieri pieni e quelle chiacchiere che fanno sembrare tutto normale. I bambini giocano, si rincorrono, litigano per qualcosa di importantissimo e dopo trenta secondi hanno già fatto pace.
Loro non lo sanno ancora.
Non sanno che diventare grandi non significa solo poter decidere a che ora andare a dormire.
Non sanno che a un certo punto arrivano le responsabilità.
E che alcune non le hai nemmeno chieste, ma eccole lì, parcheggiate davanti alla porta di casa.
Il bello del prendersi cura di qualcuno è che non hai bisogno di un curriculum.
Nessuno ti fa un colloquio.
Succede.
E improvvisamente sai cose che non avresti mai pensato di dover sapere: orari, farmaci, visite, referti, telefonate, sintomi, numeri di telefono che ormai componi senza guardare.
Diventi una specie di centralina operativa.
Solo che la centralina, ogni tanto, avrebbe bisogno di essere riavviata.
Ma non c’è il pulsante.
Così impari a incastrare tutto, a ricordarti quello che gli altri dimenticano e a rimandare quello che riguarda te.
Perché c’è sempre qualcosa di più urgente.
E quel “dopo” diventa una presenza fissa.
Ci penso dopo.
Vado dopo.
Dormo dopo.
Poi scopri che il dopo, se lo lasci fare, si mangia interi pezzi di vita.
Prendersi cura non dovrebbe voler dire scomparire.
Eppure noi adulti siamo bravissimi a farlo sembrare normale. Diciamo “va tutto bene” anche quando stiamo facendo acrobazie per tenere insieme la giornata.
I bambini, invece, sono ancora molto più onesti.
Se hanno fame, mangiano.
Se sono stanchi, si fermano.
Se qualcosa non gli piace, te lo fanno sapere.
Noi sorridiamo e diciamo:
“Tranquilli, ci penso io.”
Anche quando non sappiamo bene come.
Forse non dobbiamo raccontare ai bambini quanto sarà difficile la vita.
La vita glielo insegnerà da sola.
Possiamo però sperare che imparino prima di noi una cosa semplice: amare qualcuno non significa annullarsi.
Chiedere aiuto non è una sconfitta.
Dire “oggi non ce la faccio” non rende meno buoni.
Non c’è nessuna medaglia per il caregiver che arriva completamente svuotato.
Al massimo gli danno una pacca sulla spalla e gli dicono che è una persona speciale.
Grazie, preferirei dormire.
La vera sfida, forse, è restare persone mentre ci prendiamo cura delle persone che amiamo.
Intanto loro corrono in giardino.
Noi mangiamo, parliamo, ridiamo.
Ognuno porta con sé qualcosa che gli altri non vedono: una preoccupazione, una malattia in famiglia, una persona da accudire, una stanchezza che non si racconta.
Per qualche ora, però, siamo tutti lì.
Con il bicchiere in mano e la vita in pausa.
I bambini continuano a correre.
E forse è proprio questo il punto.
Non dobbiamo impedire loro di crescere.
Dobbiamo solo sperare che, quando arriverà il momento di prendersi cura di qualcuno, ricordino di non perdersi nel frattempo.
Perché anche il caregiver ha un nome.
Ha una vita.
Ha fame.
Ha sonno.
Ha voglia di ridere.
E, possibilmente, ha anche diritto a mangiare il dolce senza che qualcuno lo chiami proprio in quel momento.
Almeno il dolce, per favore.

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