Ci sono cose che riescono a farmi arrabbiare parecchio.
La nuova proposta di legge sui caregiver è una di queste.
L’ho letta, riletta, ho borbottato qualcosa di poco elegante e, per un momento, ho pensato di fare quello che facciamo un po’ tutti: scrivere un bel commento su Facebook e lasciare lì la mia indignazione.
Poi mi sono chiesta: e se invece provassi a scrivere direttamente a qualcuno?
Così ho fatto.
Mi sono documentata, ho cercato interlocutori con ruoli pertinenti e ho scritto a tre deputati, un senatore e all’assessore di Rimini.
Ho raccontato la mia situazione, fatto domande e cercato di essere precisa. Perché la rabbia può essere una buona spinta per cominciare, ma da sola non basta.
Sono arrivate tre risposte: da Ilenia Malavasi, Marco Croatti e dalla segreteria dell’assessore Kristian Gianfreda.
Tre risposte diverse, alcune informazioni interessanti e parecchie questioni ancora aperte.
Qualche passaggio in politichese ha richiesto una seconda lettura. Forse anche una terza. Un piccolo traduttore simultaneo non sarebbe stato male.
Ma non mi sono fermata lì.
Ho replicato, chiesto chiarimenti e riportato l’attenzione sulle domande rimaste senza risposta.
Perché non avevo scritto per ricevere una pacca sulla spalla.
Volevo capire che cosa si possa fare concretamente per chi lavora e, contemporaneamente, si prende cura dei propri familiari.
Non penso che una mail possa cambiare una legge. Però credo che far sentire la propria voce sia meglio che aspettare in silenzio.
Non so cosa o dove porterà questa corrispondenza, ma almeno ho smesso di aspettare.
Anche se, lo ammetto, imprecare un pochino mi è servito per cominciare.
La prossima volta che ci verrà voglia di scrivere l’ennesimo commento indignato, magari potremmo cercare un indirizzo email.
Non costa nulla. O quasi.

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